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Cosa fai nella vita?

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Quando vieni presentato a qualcuno per la prima volta, dopo aver stretto la mano e scambiato i nomi, qual è la prima cosa che chiedi? Esatto, proprio lei.

 

Tendiamo a scagliare questa domanda nella conversazione prima che sia stata detta qualsiasi altra cosa, con la funzione di raccogliere rapidamente informazioni e iniziare a elaborare un’immagine della persona con cui stiamo parlando. Sebbene l’indagine possa sembrare innocua, nasconde un sottotesto pericoloso che è figlio del tempo in cui viviamo: la tendenza ad associare chi siamo con il lavoro che facciamo.

 

“Cosa fai nella vita?” è la madre di tutte le domande scomode perché implicitamente racchiude altre domande: “Quanti soldi guadagni?”, “Quello che fai è significativo?”, “Quanto vali?”.

 

Per coloro che provano orgoglio verso il loro titolo professionale e l’azienda per cui lavorano, la domanda può essere una gradita opportunità per affermare il proprio status e per allineare chi sono al prestigio di ciò che fanno. Per coloro che non sono in questa situazione, si tratta di un pessimo modo per iniziare una conversazione.

 

Naturalmente, l’ideale è che il nostro lavoro sia un riflesso di chi siamo e un mezzo per poterci esprimere e lasciare un segno nella comunità in cui viviamo. Il problema è che quando ci affidiamo alla carriera come sorgente principale da cui attingere identità e validazione, si crea un’associazione molto pericolosa, che ci fa sentire smarriti e vuoti quando le cose a lavoro non procedono per il verso giusto.

 

Ci vorrebbe un promemoria costante per ricordarci che non siamo il nostro lavoro e che questa visione riduttiva della realtà sta creando dei danni considerevoli.

 

Il problema, ovviamente, non è chiedere agli altri cosa fanno e condividere le nostre vocazioni, ma utilizzare la risposta come un indicatore statistico del valore e dell’identità di una persona.

 

Immergerti subito nel flusso del “cosa fai nella vita” potrebbe impedirti di stabilire una vera connessione con il tuo interlocutore, in maniera non dissimile dal lanciarsi in un monologo di 10 minuti su quanto sei impegnato e stressato quando ti viene chiesto della giornata appena trascorsa (e qui dovrei scusarmi con una buona metà dei miei amici).

 

Alcune persone amano ciò che fanno e trovano un significato profondo nelle loro carriere, mentre altre sono felici di avere lavori che pagano mutui e bollette in modo da poter perseguire i loro interessi. Altre ancora semplicemente non hanno avuto la libertà e i mezzi per perseguire carriere significative.

 

Per quanto riguarda la mia situazione: ammetto candidamente che a me piace rispondere a questa domanda, perché ho la fortuna di apprezzare quello che faccio e sono soddisfatto di alcuni piccoli risultati che ho raggiunto durante il mio breve percorso professionale.

 

Tuttavia, ci sono due problemi:

 

  1. Tendo a dare per scontato che alle persone interessi la mia storia e che sia la normalità introdursi con un micro-monologo sulla carriera.
  2. Mi identifico spesso con il lavoro che svolgo e mi sento a disagio con me stesso quando, ad esempio, una campagna pubblicitaria non performa secondo aspettative.

 

Allo stesso tempo, mi sono accorto che tendo spesso a introdurmi facendo la fatidica domanda di cui sopra, perché per me è un modo naturale e interessante di approcciarmi al prossimo. Purtroppo ammetto anche di aver giudicato altre persone dopo aver udito la loro risposta, perché non rispondevano a delle aspettative di “successo” di un certo tipo.

 

A mio avviso siamo tutti tenuti a lavorare su questi meccanismi tossici.

 

“Chi siamo” è un concetto talmente sfaccettato e affascinante che è davvero triste ridurlo alla semplice attività lavorativa. Io non sono un Digital Strategist, io faccio il Digital Strategist.

 

Ecco una nota citazione di Chuck Palahniuk che riassume il tutto: “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca. Sei la canticchiante e danzante merda del mondo.”

 

Detto ciò, ci sono milioni di modi per iniziare una conversazione. Alcune idee per partire subito con il piede giusto:

 

  • Fai un complimento
  • Commenta qualcosa di bizzarro sulla situazione in cui vi trovate entrambi
  • Lanciati in un aneddoto divertente e prega che faccia ridere (il mio preferito)
CHI SONO? ALCUNE INFORMAZIONI SU DI ME

LUCA PASINI

Dal 2015 ad oggi ho lavorato come Web Designer e Consulente Web Marketing con aziende e attività nei settori più disparati: fitness, turismo, start-up innovative, automotive, sanità privata, e-commerce. A inizio carriera mi sono occupato principalmente di Web Design e Sviluppo WordPress, ma nel 2018 sono rimasto affascinato dalle opportunità offerte dalla SEO e dal Pay Per Click. Queste esperienze polivalenti sono confluite nella figura del Digital Strategist.

COMPETENZE PRINCIPALI
Realizzazione Landing Page 90%
Consulenza Web Marketing 90%
Realizzazione Siti Web 80%
Google Ads e Facebook Ads 70%
SEO on-page e off-page 70%
Umorismo 100%

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